CHE NE DITE DI UN'USCITA DI FINE STAGIONE UNIVERSITARIA LUNEDI??!
No questa ve la devo dire... Questo stava interrogato vicino a me da un assistente del Previati. Esordio interrogazione:
"Mi parli del Trattato di Basilea"
"Basilea è un ridente paesino della Svizzera..."
Allora Tami martedi parte, e ci lascia per qualche mese.. Vogliamo vederci lunedì per salutarla ben bene?
Ciao ragazzi, come state? Com'è andata venerdì? Mi è dispiaciuto davvero troppo non venire, sia perchè mi faceva davvero piacere festeggiare le prime due persone arrivate all'agoniato (primo) traguardo, sia perchè è tanto che non ci vediamo e anche se non siamo mai stati troppo assidui nell'ultimo anno proprio ci si vede ogni morte di Papa! Poi certo resta l'inquietante dato statistico che appena sono finite le nostre seratine alcooliche due persone del gruppo si sono laureate e anche gli altri non ci sono poi tanto lontani! Comunque, ho perso il filo del discorso! Credo di aver capito che Tami prima di partire passerà un'altra settimana qui, e per questo mi piacerebbe tanto organizzare qlc in settimana. Che ne dite di venerdì? Però anche altri giorni vanno bene, pox non martedi! Magari una bella cena ad Ariccia, con la sincera speranza di recuperare una certa assiduità nele uscite. (E di perdere quella dagli esami! :D) Attendo notizie, e alle nostre laureate (che cmq avrei scommesso che sarebbero state le prime già dal primo giorno) ancora tanti tanti tanti complimenti!

BUONA PASQUA A TUTTI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Mammamia che filmone! Se volete un consiglio su come spendere 3 ore della vostra vita, beh, vi consiglio di andarvi a vedere questo film. Mi ha folgorato e come me anche la capre che erano con me! :D Ma siccome sono un incompetente in materia pubblico delle recensioni che aiutino a chiarire le idee su questo film incomprensibile, emozionante, inquietante, appassionante, etc etc etc..



INLAND EMPIRE è un capolavoro immane, un film MAIUSCOLO con il quale si faranno i conti per decenni.
La contrastata accoglienza veneziana e i tatticismi di certa stampa (che non si sbilancia per poter tenere il piede in due scarpe: quello della boiata e quella del film faro - e domani aver ragione in ogni caso -) non fanno che confermare l’assoluta purezza dell’opus lynchiano: il disaccordo tra gli spettatori e il giudizio frettoloso della miope critica che sa solo ripetere il bolso ritornello (“Non si capisce” ) ci conferma che l’autore è perfettamente in accordo con se stesso; l’unanimità ci avrebbe preoccupati, il nuovo deve disorientare, non sarebbe tale altrimenti (Alain Resnais, in conferenza stampa, ricorda le risatine, lo sconcerto, l’esodo dalla sala quando fu proiettato al Lido L’anno scorso a Marienbad, Leone d’oro 1961). Una sceneggiatura scritta giorno per giorno per un’opera tutta in digitale (e l’uso che Lynch fa del digitale, come lo piega creativamente alla sua poetica, costituisce un’altra svolta epocale, un vero Inizio; per questo domani si scialerà in saggi): il Maestro della pellicola non vuole più sentir parlare.
INLAND EMPIRE sovrappone arte e vita (attenzione), verità e finzione, realtà e rappresentazione, veglia e sogno (compreso quello hollywoodiano). Ancora una volta diversi sono i livelli che il film esplora e ancora una volta questi si accoppiano con voluttà partorendo mostri. Piani temporali (Se oggi fosse domani ) e narrativi (il film di partenza e il suo remake, quello che la protagonista interpreterà e nel cui ruolo verrà imprigionata) che si incrociano, identità caleidoscopiche che si frantumano e si ricompongono in diversa guisa. Lynch crea il suo lavoro più estremo (fatica improba per certa critica che vuole la pappa pronta e ama spaparanzarsi nel comodo mezzo), rifiuta le scappatoie, per tre ore non molla la presa ed estenua l’occhio e la mente mescolando le carte di continuo, avvoltolando i sensi e non concedendo appiglio alcuno: ci fa piombare nel buio della sua mente e sventra l’interruttore. Ancora una volta il suo è un lavoro che paralizza la nostra mano sulla tastiera, non esaurendosi con una visione ma ponendosi all’istante come rivedibile, riconsiderabile, ripercorribile da un altro punto; il sogno non ha mai un tragitto unico e se le idee alla fine emergono, e la storia si rivela, conoscere la verità (o una semplice versione dei fatti) non serve comunque: quello che non sappiamo subito è davanti ai nostri occhi, ciò che non si capisce è già dentro di noi. Lynch non lancia messaggi, non vuole insegnare nulla, non indica vie di fuga, fa cinema e basta e lo fa pensando temerariamente a sé e non allo spettatore (esattamente come Greenaway): per questo ogni suo film, e INLAND EMPIRE più di tutti, potrebbe essere l’ultimo (dopo queste tre ore senza compromessi chi avrà il coraggio di produrne altri?). La chiarezza tanto agognata è dove conta, nel suo fare cinema, e splenderà, per chi vorrà bearsene, a visione estinta (esauriti i più bei titoli di coda che io ricordi). Ci baloccheremo a lungo con INLAND EMPIRE, lo guarderemo e riguarderemo, seguiremo tutte le piste di questo mistero spudorato, ricostruiremo alla perfezione tutti i meccanismi che lo governano nella consapevolezza che l’impressione scaturita dalle supreme immagini del più grande cineasta vivente (sì, lo è) rimarrà imperturbata dalla nostra sciocca (ma inevitabile) voglia di ricomporre il puzzle. Non avremo fretta di gustare una nuova opera lynchiana, la presente ci nutrirà per molto molto tempo - l’antidoto più efficace al mordi-e-fuggi contemporaneo -, sapremo godere a fondo di questo oggetto pauroso del quale impareremo (e tanti denigratori di oggi impareranno domani, perché succede sempre così) a non avere paura.
INLAND EMPIRE ci dice che la realtà ha un limite e che questo lo conosciamo in sogno.
INLAND EMPIRE ci dice che in realtà le cose possono stare in un altro modo.
INLAND EMPIRE dissemina segni che lasciano segni.
INLAND EMPIRE ci dice che va tutto bene: stiamo solo morendo. (Luca Pacilio)
Inland Empire
Los Angeles, una anziana e strana donna bussa alla casa di un'attrice in attesa di essere scritturata per un ruolo. Dopo le deliranti predizioni della vicina, l'attrice riceve la chiamata, e ottiene la parte di un film che si rivela poi essere un ramake, il rifacimento di una pellicola mai finita per l'improvvisa scomparsa degli interpreti.
Così inizia l'ultimo visionario, psichedelico viaggio di David Lynch attraverso la psiche umana, che come in un gioco di specchi gira intorno al ruolo di un unico personaggio, una donna, (innamorata e in pericolo, come cita lo slogan del film), interpretata da Laura Dern, che per la terza volta dopo "Velluto Blu" e "Cuore Selvaggio", recita diretta dal regista di "Mulholland Drive". In un turbinio di immagini allucinanti Laura Dern si trasforma dando vita ad altre donne che come nel gioco delle scatole cinesi sono contenute l'una nell'altra, legate indissolubilmente dalla sceneggiatura di un film. In certi momenti è un'attrice che recita una parte, altre la donna che interpreta, certe volte è al cospetto di allegre ragazze per poi scappare impaurita da qualcuno che la vuole uccidere. Al suo fianco Justin Teroux, anche lui già assuefatto allo stile di Lynch dopo aver recitato in "Mulholland Drive", e un grande Jeremy Irons nei panni del regista.
La sfida più grande per lo spettatore che vede un film di David Lynch è riuscire a capire fin dove vuole arrivare, quale significato recondito si nasconda dietro quelle immagini allucinanti, flash con uomini dalla testa di animali, movimenti improvvisi e inconsueti della macchina da presa. In questo film il continuo cambiare di personalità di Laura Dern, attraverso mondi e situazioni diverse, a volte bizzarre, lascerebbe intendere un'introspezione tesa alla ricerca della propria identità, del proprio Io. Ma l'ambientazione del set cinematografico porta quasi ad intendere il film come una metafora del mondo del Cinema, dove un'attrice interpreta un ruolo nel quale rimane intrappolata, senza più potersene disfare, non riuscendo più a distinguere le due personalità.
Come in un sogno Lynch passa con la telecamera da un set all'altro, da una scena all'altra, senza un ordine ben preciso aggiungendo personaggi assurdi come tre uomini dalla testa d'asino (qualcuno dice coniglio) che si muovono come sul set di una sit-com, con le risate finte in sottofondo. Il film e la Tv che si incrociano con vite reali in una visione che sembra uscire da un viaggio post allucinogeno, che nella mente del regista è stata concepita giorno per giorno, al punto che gli attori scoprivano la sceneggiatura ogni mattina prima delle riprese.
Nel mondo intangibile di David Lynch ogni opera presenta mille interpretazioni, e lo stesso regista sembra colpito da raptus creativi che poi imprime nella pellicola, e anche questa volta è riuscito a superare se stesso e la nostra immaginazione.
La frase: "Non capisco bene cosa ci faccio qua".
Monica Cabras
A Venezia, dove è stato presentato lo scorso settembre, ha tenuto tutti col fiato sospeso. Qualcuno è anche sobbalzato dalla poltrona. In molti aspettavano l'uscita nelle sale per andarlo a rivedere. Esce finalmente domani il nuovo capolavoro del maestro dell'incubo David Lynch, che dopo Mulholland Drive torna a mettere in scena il terrore senza spiegarne la provenienza, né tantomeno la soluzione. Non ci sono vie d'uscita dall'Impero della mente del regista di Strade perdute. "Mi piace entrare in un nuovo mondo quando si spengono le luci in sala. Ogni qualvolta che inizio un film, è come se entrassi in un universo ignoto. E vorrei che anche il pubblico provasse la stessa cosa". Questa è l'unica avvertenza. Lasciarsi andare. Non provare a scervellarsi per venire a capo con qualche ipotetica soluzione, ma lasciare che le immagini prendano il sopravvento sulla ragione.
Come già aveva fatto in Mulholland Drive Lynch torna a immaginare e incastrare senza rigor di logica realtà parallele. Nella prima parte del film incontriamo Nikki Grace (Laura Dern), una celebre attrice hollywoodiana in attesa di sapere se è stata presa per il nuovo film di Kingsley Stewart (Jeremy Irons), On High in Blue Tomorrows. Una vicina di casa dai modi sinistri (Grace Zabriskie) la informa che quel giorno è domani, che Nikki ha avuto la parte e che si tratterà di un remake di una vecchia pellicola polacca mai portata a termine perché gli attori protagonisti vennero assassinati. Quando l'attrice si cala nel personaggio di Susan Blue, una seconda realtà inizia a prendere il sopravvento man mano che la giovane intreccia una relazione con Billy Side, il personaggio interpretato dall'attore protagonista Devon Berk (Justin Theroux). Susan prende il posto di Nikki e si ritrova a sfuggire dal male finendo per vagare senza meta apparente tra i senzatetto per le strade malfamate di Hollywood.
Nel 2005, in pieno atto di lavorazione Lynch disse che non aveva mai lavorato a un progetto del genere prima. "Non so bene quale direzione prenderà il film. Non c'è una sceneggiatura, la sto scrivendo scena per scena e non ho la benché minima idea di come finirà". Parte della pellicola è stata girata a Lódz, in Polonia, con attori e circensi locali. Ogni mattina il regista portava ai suoi collaboratori pagine e pagine di dialoghi appena scritti e la stessa Laura Dern ha ammesso di non sapere chi stesse interpretando. "Il mio personaggio ha preso forma lentamente, man mano che si andava avanti con le riprese. Non c'era nulla di definitivo. Nonostante ci conoscessimo già, è stato come entrare nel mondo di David per la prima volta". "Lavorare alla pellicola e vederla sono state due esperienze completamente antitetiche che avevo già sperimentato con Mulholland Drive" ha aggiunto Justin Theroux ammonendo il pubblico che l'unico modo per avventurarsi nei meandri di Inland Empire è abbandonarsi all'incubo e lasciarsi travolgere dai sensi. Non abbiate paura. (www.mymovies.it)
Se Fantozzi incappasse in un dirigente cinefilo che gli infliggesse la visione di "Inland Empire", pardon, INLAND EMPIRE (il maiuscolo è d'obbligo, pare), si esprimerebbe nel più classico degli epiteti, trovando la "cagata pazzesca" del ventunesimo secolo. Se invece un comune mortale si trova davanti all'enigma di David Lynch, le considerazioni che gli passano per la testa, non volendo osare tanto, sono le più disparate. Intanto bisogna riconoscere che il regista americano ha ormai acquisito un'autorevolezza tale che gli permette di fare ciò che vuole senza che nessuno si permetta di criticarlo. Ma queste sono considerazioni tendenziose. Per restare all'opera presentata al festival di Venezia, la sensazione immediata è di sconcerto. Intanto per la scelta, pare irreversibile, di abbandonare la pellicola per un digitale "basso", che con sgranature e colori spenti dà costantemente l'idea di assistere al backstage del film piuttosto che al film stesso. Superato faticosamente l'empasse del mezzo, resta l'opera in sé: un labirintico viaggio di quasi tre ore che rifiuta ogni logica narrativa e pare procedere per associazione di idee. Ci sono temi che ricorrono, l'esistenza di dimensioni parallele, con porte spazio-temporali in grado di superare i confini della mente; c'è l'atmosfera onirica che permea l'intera opera; ci sono le suggestioni delle note fisse del fedele Angelo Badalamenti; c'è l'incontro tra il passato e il futuro, c'è addirittura una digressione polacca e c'è la protagonista Laura Dern che è una, nessuna e centomila e si aggira armata di buona volontà per i "possible worlds" ideati dal regista. Non necessario trovare una logica, pare, l'importante è lasciarsi andare al flusso, seguendo i disegni, e i fantasmi, del proprio inconscio. Qualche inquietudine arriva, nelle sequenze della sit-com degli umani con la testa da coniglio, con il sottofondo di risate che produce un efficace straniamento, oppure nelle deformazioni che alcuni dei personaggi subiscono quando si presentano con una bocca più grande del normale. Uno sguardo deformante sulla realtà, un viaggio senza meta scavando dietro alla rassicurazione delle apparenze, un incubo ad occhi aperti. Pur riconoscendo la capacità del regista americano di non omologarsi e di seguire il proprio imprescindibile sentire, bisogna però anche ammettere che INLAND EMPIRE ha più attinenza con la video-arte che con il cinema. Una dimostrazione delle molteplici possibilità del mezzo espressivo che rischia di stare stretta alla sala cinematografica. Anche perché è vero che viviamo nell'epoca in cui tutto pare avere la didascalia interpretativa per essere facilmente venduto alla più ampia fetta di pubblico, ma negare l'esistenza di un pubblico, pur nella forte personalità del risultato, è un peccato di ego, e non da poco. (Luca Baroncini)
Per altre recensioni:
http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2006-2007/i/INLAND_EMPIRE.htm